presentazione

editoriale  SARAYACU: LOTTA PER L’AMBIENTE E LA SALUTE NELL’AMAZZONIA ECUADORIANA

nel mondo DIARIO DAL CHIAPAS: EMERGENZA URAGANO STAN

in italia CPTA DI PONTE GALERIA A ROMA:  IL RAPPORTO SANITARIO DI MDM

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notizie solidali compie un anno di vita; e lo fa occupandosi di tre temi che sono stati particolarmente importanti per MdM Sezione Centrosud durante il  2005.  L’editoriale di questo numero è dedicato alla comunità kichwa di Sarayacu, Amazzonia ecuadoriana,  un simbolo della difesa del territorio e dell’ambiente da parte delle popolazioni indigene.  Nel caso di Sarayacu il possibile sfruttamento petrolifero del suo territorio da parte della compagnia argentina CGC  e la conseguente contaminazione dell’acqua, del suolo e dell’aria, rappresentano una seria minaccia  per la salute della  popolazione. Per continuare ad esistere in un ambiente sano e non contaminato, la comunità di Sarayacu è ricorsa alla Corte interamericana dei diritti umani che ha emesso una misura cautelare a sua difesa. Nella sezione nel mondo, Cecilia, Alice e Simona, volontarie di MdM,  ci aggiornano , dalla “prima linea del terreno”, sul programma di urgenza per l’uragano Stan in Chiapas. Dall’Italia, invece, notizie solidali si occupa del rapporto sanitario di MdM sul centro di permanenza temporanea per stranieri di Ponte Galeria a Roma.

E ancora, felice 2006 ! Sperando che per il futuro la salute sia un po’ più il diritto di tutte e di tutti !



A est di Quito. Regione Pastaza. Oriente ecuadoriano. Puyo.

Nelle cartine geografiche, immerse in un verde sterminato, rappresentazione della fitta vegetazione amazzonica, si incontrano quasi come fossero state scritte lì per caso queste informazioni.

La strada che da Quito scende verso la selva è piena di curve che si affacciano sulle gole delle montagne che circondano la capitale. Nemmeno un muretto di protezione. Il conducente del bus sembra conoscere ogni centimetro del percorso e sfidare continuamente le leggi che regolano la frenata, il sorpasso, concetti dei quali difficilmente ci si potrebbe scordare, specie sotto un’insistente pioggia. Dopo Baňos il paesaggio si trasforma sostituendo, gradualmente ma velocemente, al colore della terra vulcanica coltivata delle montagne un unico manto verde intenso, fatto di alberi fitti e di foglie giganti. La gola che accompagna la strada si riempie di acqua che vi si riversa traboccando da cascate che appaiono improvvisamente, come fossero enormi buchi nella grondaia di questo tetto di piante, e si trasforma nel letto di un fiume che terminerà la sua corsa nel Rio delle Amazzoni. Nella pianura, dalla quale è impossibile dominare il paesaggio e nella quale la vegetazione sembra avvolgere davvero tutto, sono disseminate case di legno scuro e prima di raggiungere Puyo si attraversa un centro, abitato quasi esclusivamente da militari, dal nome curioso: Shell. La possibilità di organizzare delle escursioni all’interno della selva, il trionfo della natura celebrato dai colori dei pappagalli, l’opportunità di tuffarsi in questo enorme mare verde e in tutte le sue ricchezze spontanee, hanno fatto di Puyo un importante snodo turistico, un centro nevralgico per chiunque avesse intenzione di conoscere, studiare, vivere questo territorio.

Esiste un’altra ragione, un altro buon motivo per arrivare fin lì.

La foresta nasconde nel suo sottosuolo un’attrazione che ha catalizzato l’attenzione di molti stranieri che nulla hanno a che vedere con il turismo. Come una sterminata griglia questa regione è stata suddivisa in blocchi, messi all’asta, venduti al miglior offerente, ceduti alle compagnie petrolifere di mezzo mondo. Dall’Argentina agli Stati Uniti, dalla Germania all’Italia, alla Francia, la Cina e persino il Congo si sono organizzati per godere di questa risorsa: ingegneri, tecnici, operai, ruspe, scavatrici, perforatrici, tubi hanno trovato ospitalità nel cuore dell’Amazzonia. Per la costruzione di questo lunghissimo serpentone nero tutto è consentito, non ci sono ostacoli. Si possono abbattere alberi, attraversare fiumi, scavalcare montagne. Si possono convincere i legittimi proprietari di questo territorio, gli indigeni, dei benefici che un’opera simile possa recare: lavoro per tutti, garanzie in ambito sanitario, borse di studio per i loro figli e poi soldi, una pioggia di soldi.

Esiste ancora un’altra ragione, ancora un altro buon motivo per arrivare fin lì.

La comunità di Sarayacu. In questo fazzoletto di selva vivono circa 300 famiglie che hanno deciso di non concedere la loro Terra, di resistere a offerte solo apparentemente vantaggiose, di proteggere la natura in cui vivono. Le conseguenze ambientali che derivano dall’estrazione e dal trasporto dello Yana Curi  (il petrolio, letteralmente oro nero in lingua quicha) appaiono fin troppo chiare e a nulla valgono le false garanzie fornite, quando confrontate con i danni procurati dall’accidentale rottura di un oleodotto, con gli ettari di foresta abbattuti, con il rischio di veder scomparire intere etnie.

Allo spettro di questo scenario si sono opposti gli abitanti di Sarayacu, negando la concessione del loro territorio, ostacolando il passaggio di qualsiasi compagnia. Una lotta impari, si potrebbe pensare, uno scontro nel quale è fin troppo evidente scommettere su chi sarà il vincitore. La morsa in cui la comunità viene stretta nel tempo, logorata da minacce costanti, si fa ancora più serrata quando l’unica via di accesso alla regione viene chiusa. Il fiume che taglia in due il territorio di Sarayacu viene sbarrato e per poter entrare l’alternativa è rappresentata da un piccolo aereo, che partendo da Shell, il cui nome deriva inequivocabilmente da una delle prime compagnie petrolifere giunte a “visitare” la zona, sorvola la foresta per una mezzora e poi atterra su di una striscia lunga che improvvisamente compare dalla giungla.

L’isolamento fisico può essere sconfitto dall’informazione, dalla diffusione e dalla sensibilizzazione dell’opinione pubblica su quello che sta accadendo a questa comunità. A Puyo, in una casa anonima della periferia, ha sede un ufficio la cui funzione è quella di prendere contatti, di intessere rapporti con le organizzazioni che abbiano intenzione di sostenere la battaglia intrapresa da Sarayacu. Nella stanza dove si svolgono le riunioni alla presenza del presidente della comunità, una donna, e di alcuni rappresentanti, si sente un sottofondo costante, un fruscio interrotto da spezzoni di conversazione. La radio addossata ad una parete sotto una finestra è accesa sempre. E’ il solo mezzo di contatto tra la selva e Puyo. E’ il veicolo più comodo per trasportare notizie, per conoscere le esigenze da un lato e per fornire speranze dall’altro.

La preoccupazione per l’aspetto sanitario riveste un ruolo di rilievo. Le cure della popolazione sono affidate agli shamani, riserve culturali insostituibili. La proposta di un progetto di salute non può prescindere dalla necessità della valutazione degli aspetti psicologici della comunità, logorata dalla continua oppressione subita, dall’isolamento forzato, e non può trascurare le eventuali conseguenze dell’inquinamento ecologico provocato dal petrolio sulla salute della popolazione. La contaminazione è la costante di tutto il processo: comincia già nella fase di perforazione e persiste durante il trasporto e la raffinazione. L’aria, i corsi d’acqua, la terra si impregnano dei residui tossici dell’estrazione del petrolio, che avvolgono e nutrono chiunque viva nelle loro vicinanze. Gli effetti: riduzione della fertilità e aumento delle percentuali di aborto, maggior rischio di contrarre tumori maligni (in particolare il cancro della laringe, del fegato, della pelle, dello stomaco e i linfomi), irritazioni della pelle, disturbi della digestione, maggiore suscettibilità a sviluppare infezioni.

Sarayacu non è citata dalle didascalie di molte cartine. Il desiderio di affermare la propria esistenza è, però, più forte di qualsiasi dato geografico, è scolpito nelle parole e nei volti degli indigeni che lottano per questa causa. I dialoghi sono intrisi di una coscienza politica e di un amore per la propria Madre Terra, ragionato e viscerale allo stesso tempo, sono uno schiaffo alla superficialità latente che offusca gli sguardi di persone presuntuosamente definite civili. Il trasporto che avvolge le discussioni con i rappresentanti del popolo di Sarayacu è talmente affascinante e concreto da infondere forza anche a chi si ferma semplicemente ad ascoltare.

Lasciando Puyo e la foresta, il sapore dolciastro della chicha non è sufficiente a nascondere il retrogusto amaro che sale dai racconti degli indigeni.

Forse esiste davvero una ragione, un buon motivo per arrivare fin qui.





Il passaggio della tempesta tropicale Stan, all’inizio del mese di ottobre, ha avuto un forte impatto sulla situazione economica e sociale messicana, in particolar modo nel Chiapas, dove ha colpito una delle zone più povere dello Stato.

MdM ha iniziato una missione di emergenza in questa regione, precisamente nella zona della Sierra Madre di Escuintla, il 6 di ottobre con un’equipe costituita da personale espatriato  ( 2 medici e un’infermiera) e personale locale (2 medici e due logisiti).

La situazione nella Sierra, soprattutto nella parte alta, è critica. L’inondazione che ha seguito il passaggio di Stan ha provocato la distruzione di strade, ponti e infrastrutture che garantivano l’accesso alle comunità, lasciandole isolate e raggiungibili spesso solamente per via aerea. Molte abitazioni sono state distrutte, come del resto le coltivazioni, principalmente di caffè e mais, unica fonte di risorsa economica della popolazione locale.

MdM lavora in queste comunità in cooperazione con le autorità sanitarie locali. Il compito dell’equipe medica è quello di raggiungere le popolazioni colpite, per garantire un’assistenza sanitaria primaria, la somministrazione di vaccini e l’apporto di farmaci essenziali.

Le patologie che si riscontrano più frequentemente sono le infezioni delle vie aeree superiori, le parassitosi e infezioni del tratto gastrointestinale, infezioni delle vie urinarie, varie affezioni dermatologiche e oculari.

Le persone affette da patologie croniche quali ipertensione arteriosa e diabete mellito sono rimaste senza accesso alla terapia.

Purtroppo si sono anche registrati casi di Dengue e Malaria, per i quali però sono state subito messe in atto le principali misure di vigilanza epidemiologica.

L’altro fronte su cui si lavora è quello della promozione della salute, fornendo soprattutto informazioni sulle misure igieniche preventive per che riguardano l’utilizzo dell’acqua e delle risorse del territorio, ma anche sulla modalità di trasmissione delle principali malattie infettive.

La missione di MdM continuerà almeno fino alla metà del mese di dicembre, anche se, a due mesi dal passaggio di Stan sulla costa orientale del Chiapas, la situazione sulla Sierra, dove mancano acqua potabile,cibo e soldi per la ricostruzione di case e coltivazioni, sembra essere ancora molto lontana dalla normalità.

 



Dal 2003 Medici del Mondo ha avviato in Italia un programma di monitoraggio dei Centri di Permanenza Temporanea ed Assistenza (CPTA), con l’obbiettivo di verificare la situazione socio-sanitaria e la possibilità di accesso alle cure presenti in tali strutture. I CPTA, istituiti nel 1998,  hanno lo scopo di assicurare il trattenimento degli stranieri trovati in condizioni d’irregolarità sul territorio italiano, raggiunti da un decreto di espulsione o respingimento  e per i quali non è possibile l’allontanamento immediato. La legge Bossi-Fini del 2002 ha esteso il periodo massimo di trattenimento dello straniero a 60 giorni. A questo proposito è importante ricordare che gli stranieri trattenuti nei CPTA  subiscono una restrizione della loro libertà senza aver commesso alcun reato.

Si stima che i Centri di Permanenza Temporanea siano attualmente 15, distribuiti in tutto il paese, anche se la maggior parte – tra cui alcuni dei più discussi, come Lampedusa e Crotone – si trovano nelle regioni del sud Italia. Secondo i dati ufficiali solo nel 2004 sarebbero transitate nei CPTA 15.647 persone. 

Le caratteristiche di tali centri – tra cui quella di essere sempre più difficilmente accessibili ad organi di tutela indipendenti - sono tali da giustificare preoccupazione circa il rispetto dei diritti fondamentali (tra cui quello alla salute) della popolazione migrante  “detenuta” al loro interno.

Si ricorda, a questo proposito, che il Ministero dell’Interno ha negato a MdM, come a molte altre organizzazioni umanitarie indipendenti,  l’accesso al centro di Ponte Galeria e agli altri Centri di Permanenza Temporanea.

In questi anni sono state numerose le testimonianze e le denuncie circa le modalità di funzionamento di queste strutture; vale la pena ricordare alcune situazioni particolarmente preoccupanti che si verificherebbero nei CPTA, quali l’inadeguatezza delle infrastrutture, il sovraffollamento, le carenze igienico-sanitarie, l’impreparazione del personale, l’inadeguata assistenza medica e legale, gli abusi e gli episodi di razzismo, le aggressioni fisiche da parte delle forze di pubblica sicurezza e del personale, l’uso eccessivo ed improprio di sedativi, l’alta prevalenza di episodi di autolesionismo, il mancato rispetto delle procedure per la richiesta d’asilo, il trattenimento di minori e di donne in stato di gravidanza.

Il CPTA di Ponte Galeria, delimitato da sbarre ed alte mura,  si trova nella lontana periferia sud-ovest di Roma  ed è in funzione dal settembre del 1999.

Nel corso del 2005, MdM  ha effettuato tre visite in questo centro. In tutte le occasioni l’accesso di un nostro volontario medico è avvenuto in concomitanza con la visita di un membro del Parlamento della Repubblica, ai quali, per legge, non può essere negato l’ingresso. A seguito delle visite effettuate, MdM  ha realizzato un Rapporto,  reso pubblico il 12 ottobre scorso.

In merito all’assistenza sanitaria, si è rilevata la mancanza di un adeguato collegamento con le strutture pubbliche esterne (il cui personale non ha accesso al centro), soprattutto in relazione  ai servizi psichiatrici. A questo proposito, una delle psicologhe del centro ci ha esplicitamente domandato: “I pazienti psichiatrici dove li mandiamo?”.

E’ stata rilevata una profonda differenza di giudizio tra i trattenuti ed il personale sanitario del centro. E’ da segnalare, inoltre, che in occasione delle visite,  lo stesso personale sanitario ha fornito delle informazioni non concordanti su alcuni punti di considerevole rilievo,  come, ad esempio, gli episodi di autolesionismo -che secondo alcuni medici si verificherebbero con la frequenza di uno al mese -  e la somministrazione degli psicofarmaci.

Particolare preoccupazione desta la testimonianza  di alcuni trattenuti che si riferisce ad episodi di  aggressioni fisiche da parte delle forze di pubblica sicurezza e alla somministrazione diffusa ed impropria di psicofarmaci; “in particolare di benzodiazepine come il Valium e il Minias”. Tali sostanze vengono inoltre somministrate senza alcuna  consulenza psichiatrica e, a questo proposito, uno dei medici in servizio ha addirittura affermato che “le benzodiazepine non sono psicofarmaci”.Secondo una testimonianza, le benzodiazepine verrebbero anche utilizzate a scopo disciplinare sui trattenuti che hanno cercato la fuga.  A questo proposito ricordiamo come sia contrario al V Principio delle Nazioni Unite di etica medica la somministrazione di farmaci sedanti che non sia motivata da criteri puramente medici.

Si é, inoltre, rilevata una discrasia  di giudizio sull’ accessibilità ai servizi sanitari del centro. Flessibile ed adeguata per i medici in servizio, insufficiente, e con episodi di discriminazione,  per molti trattenuti.

Le informazioni e le testimonianze raccolte, destano particolare preoccupazione riguardo alle eventuali violazioni o, perlomeno, all’affievolimento di alcuni diritti fondamentali che dovrebbero essere sempre garantiti ai cittadini stranieri trattenuti nel centro,   come quelli sanciti dagli articoli 13 (“E’ punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione della libertà”) e 32 (diritto alla salute) della Costituzione o come l’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’uomo, che sancisce il diritto a non subire “trattamenti inumani e degradanti”.

Ricordiamo, inoltre, che le stesse normative interne relative al funzionamento dei CPTA, sanciscono il compito  del Ministero dell’Interno di tutelare la salute psico-fisica e garantire una adeguata assistenza alle persone che vi sono trattenute  come anche l’obbligo a rispettarne la dignità umana.

Purtroppo, le restrizioni nell’accesso al centro impediscono di verificare la piena  veridicità delle testimonianze e delle informazioni raccolte durante le visite.

Si è potuto, inoltre, costatare come  il centro di Ponte Galeria riproduca le caratteristiche dell’istituzione totale –a cominciare  dall’isolamento con l’esterno- analizzate dal sociologo  Erving Goffmann nel suo saggio del 1961  Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza. I CPTA come nuova forma dell’istituzioni totale, dunque, dopo le carceri e i manicomi.  E sono proprio i trattenuti di Ponte Galeria a ricordarci più volte che “ questo posto è peggio del carcere”.   MdM chiede dunque che sia consentito agli esponenti della società civile e alle organizzazioni non governative di riconosciuta indipendenza, il regolare accesso ai Centri di Permanenza Temporanea.

Concordemente con quanto già proposto da altre ONG e associazioni, MdM ritiene necessaria e urgente l’istituzione di un organismo nazionale indipendente di controllo e monitoraggio dei CPTA, come anche degli altri centri di trattenimento per migranti irregolari e richiedenti asilo.

Durante l’ultima visita a Ponte Galeria, ci colpisce il commento del medico di turno: “Facciamo grandi sforzi affinché questo posto non sia un lager”. Anche chi gestisce il centro è, dunque, cosciente che questo rischio è ben presente !




Da più di vent’anni il movimento internazionale di Medici del Mondo –nato in Francia nel 1980- cerca di essere presente, con l’azione e la testimonianza, laddove il diritto alla salute ed i più elementari diritti umani vengono negati. Medici del Mondo si propone di curare le popolazioni più vulnerabili, nelle situazioni di crisi, nel proprio paese e nel mondo (vittime di disastri naturali, di epidemie, della fame e dell’ ingiustizia sociale, vittime di conflitti armati, della violenza politica, rifugiati, minoranze, bambini di strada e tutti coloro che sono esclusi dall’acceso alle cure).

Medici del Mondo rivela i rischi di crisi e le minacce alla salute e alla dignità; denuncia con un’azione di testimonianza le violazioni dei diritti umani e in particolare l’esclusione dal diritto alla salute; sviluppa nuovi approcci e nuove pratiche di salute pubblica nel mondo, fondati sul rispetto della dignità umana; milita per istituire i valori di una medicina umanitaria.

Oggi la rete internazionale di Medici del Mondo è composta da 12 delegazioni nazionali (tra cui Medici del Mondo  Italia, nato nel 1994), 7000 membri, 1200 volontari in missione, 297 progetti in 88 paesi.

L’azione di Medici del Mondo si basa sulla militanza della società civile,  sull’impegno volontario di medici ed altri operatori professionali della salute, così come di cittadini e professionisti di altre discipline.

 

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