

presentazione
editoriale – SALUTE ED
IMMIGRAZIONE
nel
mondo –
DIARIO
DE BENDA ACEH (INDONESIA)
in
italia – PROGETTO
CASE MINIME A FIRENZE
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CANCELLAMI.

La popolazione migrante rappresenta, quasi per
definizione, un gruppo umano vulnerabile. In questi ultimi anni il nostro
paese sta mettendo alla prova la sua cultura civile anche attraverso la
capacità di accoglienza nei confronti di chi fugge da povertà, guerre,
persecuzioni politiche o religiose.
Medici del Mondo, sia a livello della
rete internazionale sia nel contesto italiano (particolarmente di
“frontiera”), ha individuato come prioritario, all’interno dei suoi progetti e
delle sue iniziative, il tema migrazione e salute.
Nella
sezione nel mondo, Susy, volontaria
anestesista di MdM in Indonesia,
racconta la sua testimonianza da Banda Aceh.
Al progetto “Case Minime”
è dedicato invece lo spazio “italiano” di notizie solidali: un programma
socio-sanitario di lotta all’emarginazione in un quartiere della periferia
di
Firenze.

Negli anni, il
panorama del fenomeno migratorio italiano è cambiato. Siamo diventati da paese
d’emigrazione a paese d’immigrazione. Attualmente, si può stimare a poco più
di 2.6 milioni il numero di stranieri regolarmente presenti sul territorio
italiano, di cui 2.4 milioni provenienti da paesi economicamente svantaggiati
(47.9% rappresentanza dell’est-europeo, 23.5% rappresentanza africana e 16.8%
rappresentanza asiatica).
Tra il 1994 ed il 2004, si è evidenziato un
incremento medio annuo dei permessi di soggiorno del 15%, che corrisponde ad
un raddoppio della popolazione ogni 5 anni. Il bilancio complessivo riferito
al totale delle presenze in condizioni di irregolarità è difficile da
accertare. Le stime vanno dai 200.000 della Fondazione ISMU ai 600.000 dei
sindacati e agli 800.000 dell’Eurispes (Istituto di studi politici, economici
e sociali), confermando tali dati l’ampia dimensione sommersa del fenomeno.
All’interno di questo scenario si inserisce l’attività di Medici
del Mondo, che dalla sua costituzione si è impegnata nel lavoro di
integrazione delle comunità di immigrati nel nostro paese, assumendo anche un
ruolo di denuncia nei confronti
di tutte le situazioni generatrici di emarginazione, razzismo e violenza. In
particolare, si trova ad affrontare il problema della salute come affermazione
del diritto alle cure e strumento di mediazione e integrazione, all’intero
dello scenario multietnico della realtà
migrante.
A partire dalla
Dichiarazione di Alma Ata (1978), si è affermato il concetto di salute come
componente fondamentale dei diritti umani con l’obiettivo di raggiungere
nell’anno 2000 la cosiddetta “Salute per tutti”. Il nostro paese, solo in
tempi relativamente recenti, si è operato per estendere tale obiettivo al
fenomeno migratorio.
Al di là dei cambiamenti strutturali che il
nostro SSN ha effettuato nel corso degli anni, si può infatti affermare che a
partire dal 1995 il diritto alla salute degli immigrati ha iniziato a trovare
una reale affermazione giuridica. Tale principio è stato affermato
definitivamente attraverso il decreto legislativo del 1998, affermando il
diritto al libero accesso alle cure per tutti gli immigrati presenti sul
territorio nazionale, indipendentemente dal loro status giuridico e conferendo
loro pieno riconoscimento in termini di cittadinanza sanitaria.
Sebbene, nel nostro paese, ci sia dunque una garanzia “formale” del
diritto all’assistenza sanitaria, esistono però ancora oggi problemi sul piano
“sostanziale”. La normativa vigente fornisce infatti agli utenti
extracomunitari, sulla carta, un’assistenza simile ai cittadini italiani, ma
che non si traduce spesso in un reale miglioramento dell’utilizzo ed accesso
dei servizi sanitari. Le diverse forme di applicazione della legge nazionale a
livello regionale ed i fattori di rischio legati prevalentemente alla
fragilità sociale possono infatti rendere problematica l’affermazione del
diritto alla salute degli immigrati.
Nel panorama della
crescita del fenomeno migratorio, i principali problemi che riguardano la
salute degli immigrati nel nostro paese possono essere riassunti in tre
categorie. Quelli a cui è stata data iniziale attenzione sono i problemi
d’importazione, facendo emergere un ingiustificato allarmismo che ha
portato alla stigmatizzazione dell’immigrato quale responsabile della
trasmissione di malattie proprie del paese di provenienza.
I dati dimostrano, al contrario, l’esistenza del cosiddetto “effetto
del migrante sano”, secondo il quale la persona che emigra è la persona sana
su cui la comunità di origine investe di più. Infatti le statistiche sanitarie
dimostrano che più del 70% della malattie degli immigrati sono le stesse che
colpiscono i cittadini italiani, il 25% sono malattie generiche di lieve
entità e solo il 3-5% sono patologie infettive.
Quelli a cui
bisognerebbe dare maggiore importanza sono invece i problemi di adattamento
ed acquisizione, correlati alle difficoltà di inserimento dell’immigrato
in un nuovo contesto socio-culturale ed ai fattori di rischio a cui va
incontro per le precarie condizioni di vita e per una mancanza di tutela e
sicurezza lavorativa. La Società Italiana di Medicina delle Migrazioni afferma
infatti che la maggior parte delle patologie scaturiscono dalle scadenti
condizioni abitative, lavorative, dalle difficoltà di relazione e di
socializzazione e dal grado di accesso ai servizi sanitari.
Le
difficoltà tuttora presenti in termini di integrazione sociale sono infatti le
cause dei principali problemi sanitari degli immigrati e rappresentano anche i
principali ostacoli all’affermazione del diritto alla salute.
Il tema dell’immigrazione e salute costringe dunque ognuno di noi a
riflettere in termini di medicina transculturale, considerando determinati
comportamenti, patologie, pratiche mediche come fenomeni socialmente e
culturalmente condizionati.
Numerose evidenze dimostrano quanto siano
importanti i valori, le norme, le credenze, le concezioni di salute e malattia
dei vari gruppi etnici. La relazione tra il medico ed il paziente e tra
quest’ultimo ed i servizi sanitari non può infatti prescindere dall’intreccio
tra variabili strutturali e dimensioni culturali, che possono facilitare o
ostacolare l’accesso e l’assistenza sanitaria.
Richiamando alla mente
la definizione di salute come “stato di completo benessere, fisico, psichico e
sociale e non solo assenza di malattia” (OMS), ci si rende conto che
nell’affrontare il fenomeno migratorio, si dimentica troppo spesso
l’importanza degli aspetti socio-culturali e di quanto questi possano
influenzare fortemente lo stato di salute ed il grado di accesso ai servizi.
Gli sforzi
futuri dovrebbero essere incentrati a sviluppare e rafforzare la dignità di
persona dell’immigrato, che la nuova legge 189/2002 ha invece sminuito e
ridotto a semplice “forza lavoro”, subordinando il soggiorno alla durata del
contratto di lavoro. Come afferma lo scrittore Tahar Ben Jelloun “A questi
uomini che vengono strappati alla loro terra, alla loro famiglia, alla loro
cultura, viene richiesta soltanto la forza lavoro. Il resto, non lo si vuol
sapere. Ma il resto, è molto. Non si vuol sapere se quei corpi desiderano”.
Di fronte ad una normativa che sulla carta tutela il diritto alla
salute degli immigrati, per raggiungere dunque una vera salute per tutti
bisogna fare il passo più difficile. Si deve partire innanzitutto dal
considerare l’immigrato come uomo, come un essere con un’anima, uno spirito,
un cuore, delle emozioni, dei desideri e degli istinti, che si porta dietro un
intero mondo di tradizioni, relazioni, credenze ed opinioni. Troppo spesso
nella medicina di oggi si abbandona questa visione d’insieme del paziente,
quasi sradicato dal mondo di cui fa parte.
La medicina transculturale
ci aiuta, invece, ad imparare dall’incontro di più mondi ed a ricordare le
parole di Socrate “se tu vuoi fare il medico ricordati che se vuoi curare gli
occhi, dietro gli occhi c’è la mente, e dietro la mente c’è l’anima. Quindi se
vuoi curare gli occhi devi prima curare l’anima”.
Indonesia, una serie di isole vulcaniche disposte a formare un catino.
L’isola di Sumatra ne costituisce il lato sinistro. E’ la più grande ed ospita
all’estremo sud la capitale Jacarta. Diametralmente opposta sta quel che resta di Banda Aceh e del suo
territorio, dopo che, un terremoto prima e uno tsunami 15 minuti dopo, ne hanno
ripulita una cospicua parte portandosi via metà della popolazione.
Le
stime ufficiali parlano di un totale definitivo di 280.000 morti in tutti i
territori raggiunti dall’onda più devastante a memoria d’uomo. Nel solo
territorio di Aceh, su 400.00 abitanti, i morti sono stati 200.000 di cui
80.000 mai ritrovati. Domenica 26 Dicembre alle 8 del mattino, ora locale, la
popolazione si era riversata in strada scossa da un terremoto del 9 grado
della scala Richter, quando una
prima onda (altezza calcolata dai 10 ai 30 metri ad una velocità di 300
km/ora) si è abbattuta sulle zone costiere trascinando case, alberi,
imbarcazioni verso l’interno per 3 km con la stessa facilità di un bambino che
colpisce le pedine di un domino.
Il riflusso ha ripulito la costa
dalle macerie e dai corpi. La seconda onda, più bassa ma egualmente potente,
ha annegato il resto della popolazione. I primi soccorsi, arrivati il giorno
successivo, hanno trovato pochissimi sopravvissuti. Il 90% dei colpiti è
infatti morto nell’evento, in gergo tecnico si è trattato di un “non survivor
disaster” al pari di un disastro atomico.
L’emergenza si è esaurita in
un mese, le ONG presenti, tra cui MdM
Canada, Francia, Spagna, si sono trovate all’inizio a lavorare in ospedali
di fortuna montati dalle organizzazioni più grandi come la Croce Rossa
Internazionale in stadi, palestre
o campi tendati. Nel frattempo altre ONG hanno iniziato a riabilitare le aree
colpite, portando l’acqua, montando le baracche e ricostruendo strade, ponti e
scuole.
Medici del Mondo
Italia ha iniziato un programma in collaborazione con MdM Canada nel distretto di Pidiè (provincia di
Banda Aceh). Si è perseguito un
duplice intento: assicurare un’assistenza sanitaria diretta e formare gli operatori di salute
superstiti attraverso training modulati sulle necessità locali.
Paolo,
medico-anestesista, è partito per
MdM Italia a Marzo ed in 5
settimane ha portato avanti un nuovo protocollo di trattamento della scabbia
(malattia endemica che si diffonde rapidamente in condizioni di scarsa igiene e sovraffollamento
come, ad esempio, nei grandi
campi di sfollati) utilizzando il Benzil Benzoato a concentrazioni inferiori a
quelle raccomandate dall’OMS. Il follow-up è stato talmente positivo che il
nuovo protocollo è stato convalidato dalla stessa OMS.
Oltre a questo
si è occupato di riorganizzare 5 puskesmas (piccole cliniche rurali che
prevedono o meno la presenza del medico, per la maggior parte gestite da
infermieri che visitano e somministrano terapia), visitando i pazienti insieme
agli infermieri e formando il personale in relazione alle loro necessità. In
particolare è emerso che le patologie più frequenti sono le affezioni delle
vie respiratorie, la patologia reumatica (la popolazione di Aceh lavora
immersa nell’acqua dei campi di riso in posizione accucciata per la maggior
parte della vita), le dermatiti (notevolmente peggiorate da quando le falde
acquifere si sono contaminate con l’acqua salata e piena di alghe e batteri
dello tsunami) e la malnutrizione
(la vita media non supera i 60 anni con una mortalità infantile ancora molto
alta se si pensa che la mortalità per morbillo - correlata alla carenza di
vitamina A - è del 50%).
Io ho rilevato a Maggio l’ottimo lavoro di
Paolo e mi sono occupata per 4 settimane della ricostruzione di un pronto
soccorso e del training del personale sanitario nell’ambito dell’emergenza.
La popolazione di Pidiè ha
risposto al progetto in maniera collaborativa e concreta, conservando sempre
una grande dignità. E’ un popolo giovane e sorridente che crede nella morte
come parte del flusso naturale della vita, un concetto che a noi non
appartiene più. Sono circondati da una natura tropicale, violenta nei colori e
negli odori, rigogliosa, fatta di campi di riso sterminati, invasi da bufali,
mucche, aironi, capre e bambini che giocano a bagnarsi nei canali di
irrigazione mentre i più grandi coltivano il riso, unica fonte di
sostentamento.
Il caldo è torrido, con un sole implacabile e umido che
rende noi occidentali dei fantasmi sudanti e impacciati nel comico tentativo
di mantenere performance da solstizio d’inverno. Eppure la gente che abbiamo
conosciuto, dagli autisti ai traduttori, dagli infermieri ai colleghi, coi
loro sorrisi disarmanti (in Indonesia il dolore si maschera dietro il sorriso
così ti dimentichi che hanno perso figli, fratelli e amici appena 4 mesi
prima), ci hanno fatto vergognare, trattandoci come “eroi” che lasciano le
loro famiglie, i loro figli per dare una mano a degli sconosciuti.
Ci
siamo vergognati perché abbiamo ricevuto più di quello che abbiamo dato. E
allora mi piace ricordare Dewi, la traduttrice, credente e osservante, ha
perso tre familiari, prega 5 volte al giorno, ha 20 anni e ha deciso che
finirà l’università e cercherà un lavoro prima di sposarsi (il suo fidanzato
non è d’accordo ma lei ha un sorriso delizioso...); Usman, il nostro
infermiere, non ha mai ritrovato il corpo di sua sorella e di suo nipote,
ma ci ha chiesto aiuto perché
vuole aprire una clinica con l’altra sorella medico e hanno perso tutti i
libri a causa dello tsunami. Così come la dottoressa Enni, che però
vuole specializzarsi in emergenza.
Oggi Banda Aceh ha due facce: se
guardi al mare vedi la desolazione e il deserto lasciato dallo tsunami, ma se ti giri verso la città
superstite vedi i volti sorridenti di Enni, Usman, Muslim (l’autista che gira
con la maglietta del Milan che gli ha dato Paolo e che si sposa tra qualche
mese) che credono nel futuro anche se, per ora, loro verso il mare non
riescono ancora a guardare.

Il Quartiere delle Case Minime rappresenta una
realtà particolare nel panorama della città di Firenze. Inaugurato come
quartiere modello di edilizia popolare negli anni ’50, ha subito nel tempo un progressivo
degrado al suo interno sia dal punto di vista strutturale che
sociale.
Con il passare degli anni, a causa della frequente acquisizione di
nuovi nuclei familiari provenienti da contesti diversi, della destinazione al
Quartiere delle casistiche socialmente più difficili provenienti dal
territorio, della comparsa di problemi legati al consumo di sostanze
stupefacenti ed al disagio psicologico causato anche dalle carenze strutturali
esistenti, si è determinata una progressiva chiusura degli abitanti
all’interno del proprio nucleo familiare.
Attualmente, la realtà del Quartiere è caratterizzata, salvo casi
sporadici, da un forte isolamento dei propri abitanti, posti in atteggiamento
diffidente nei confronti dei propri vicini di casa e di sfiducia e critica nei
confronti delle Istituzioni e dei servizi pubblici, accusati di aver
dimenticato la loro realtà o, peggio, di essere ricorsi unicamente a misure
repressive e di controllo. Anche all’interno degli stessi nuclei
familiari, inoltre, vi è l’esistenza di problematiche molto forti. Il disagio economico, mentale o
sociale ha portato, infatti, a diverse casistiche di violenza.
In conseguenza dei diversi fattori sopra descritti, la popolazione ha
rinunciato ad usufruire dei
servizi di assistenza sociale e sanitaria che il Comune di Firenze mette a
disposizione. Diventa così inevitabile l’acutizzarsi delle problematiche e la
loro progressiva degenerazione, che le porta spesso ad essere causa di altro
disagio in una catena senza fine.
In tale contesto si inserisce il progetto di Medici del Mondo, il cui
obiettivo generale, coerentemente con i principi dell’associazione, è la
creazione di un rapporto differente tra la popolazione del Quartiere ed i
Servizi pubblici esistenti sul territorio: in sostanza, si tratta di favorire
un utilizzo consapevole dei Servizi
socio-sanitari esistenti da parte della popolazione , in un cammino di
riappropriazione dei diritti sociali fondamentali. Filo conduttore del nostro
intervento è dunque la lotta all’emarginazione radicata nella realtà di questo
quartiere attraverso la valorizzazione delle potenzialità della comunità.
Per tale ragione, presupposto per
un’azione efficace da parte nostra
sarà l’instaurazione di un rapporto di rispetto e fiducia reciproca con
gli utenti.
Il progetto è affidato a varie figure professionali tra cui
psicologi, medici di base, ostetriche, pediatri, mediatori familiari ed
educatori. L’intervento di Medici del
Mondo è iniziato con l’attivazione, per due volte alla settimana, di un Centro d’ascolto. In tale sede viene definito il tipo di
bisogno emerso e l’opportunità, per l’ utente, di essere orientato verso consulenti tecnici competenti.
Nella prima fase,
attualmente in atto e che proseguirà fino a settembre, stiamo operando un
monitoraggio per definire nella maniera più precisa possibile il tipo di
richiesta. Nella seconda fase,
l’attività del Centro verrà calibrata secondo le indicazioni emerse dal
monitoraggio. Verranno, inoltre, organizzati incontri tematici aperti al pubblico ed
un’attività di teatro di strada la quale, se avrà esiti positivi, potrà
condurre alla creazione di un laboratorio teatrale permanente.

Da più di vent’anni il movimento internazionale di Medici del Mondo - nato in
Francia nel 1980 - cerca di essere presente, con l’azione e la testimonianza,
laddove il diritto alla salute ed i più elementari diritti umani vengono
negati.
Medici del Mondo si
propone di curare le popolazioni più vulnerabili, nelle situazioni di crisi,
nel proprio paese e nel mondo (vittime di disastri naturali, di epidemie,
della fame e dell’ ingiustizia sociale, vittime di conflitti armati, della
violenza politica, rifugiati, minoranze, bambini di strada e tutti coloro che
sono esclusi dall’acceso alle cure).
Medici
del Mondo
rivela i rischi di crisi e le minacce alla salute e alla dignità; denuncia con
un’azione di testimonianza le violazioni dei diritti umani e in particolare
l’esclusione dal diritto alla salute; sviluppa nuovi approcci e nuove pratiche
di salute pubblica nel mondo, fondati sul rispetto della dignità umana; milita
per istituire i valori di una medicina
umanitaria.
Oggi la rete internazionale di Medici del Mondo è composta da 12
delegazioni nazionali (tra cui Medici
del Mondo Italia, nato nel
1994), 7000 membri, 1200 volontari in missione, 297 progetti in 88
paesi.
L’azione di Medici
del Mondo si basa sulla militanza della società civile, sull’impegno volontario di medici ed
altri operatori professionali della salute, così come di cittadini e
professionisti di altre discipline.
www.mdm-international.org www.medicidelmondo.org mdmcentrosud@email.it

Le donazioni possono essere trasmesse
a:
Banca
Popolare Etica CIN F – ABI 5018 – CAB 3200 – c/c n.
113024
oppure a:
c/c
postale 12182317 intestato a Banca Popolare Etica – Roma con causale Medici del Mondo c/c n.
113024
Medici
del Mondo
è una ONLUS, puoi quindi avvalerti della agevolazioni fiscali previste per le
donazioni in favore delle ONLUS. Le persone
fisiche possono
detrarre dall’imposta lorda il 19% dell’importo donato a favore delle ONLUS
fino ad un massimo di 2065,83 euro (art. 13 bis, comma 1 lettera i-bis del
D.p.r. 917/86). Le imprese
possono dedurre le donazioni a favore delle ONLUS per un importo non superiore
a 2065,83 euro o al 2% del
reddito di impresa dichiarato (art. 65, comma 2 lettera c-sexies del D.p.r.
917/86).
