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editoriale MOVIMENTI INDIGENI IN AMERICA LATINA: INTERCULTURALITA’ E SALUTE

nel mondo PROGETTO ECUADOR: SALUTE, IDENTITA’, SVILUPPO

nel mondo  MEDICI DEL MONDO IN INDONESIA           

in italia MASCHIO PER OBBLIGO - PER LA PREVENZIONE DELLA VIOLENZA  DI GENERE

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L’accesso alle cure per le popolazioni indigene dell’America latina è un tema che impegna Medici del Mondo attraverso progetti ed iniziative. Diritto alla salute e rispetto della cultura sono, in questo caso, aspetti strettamente connessi. L’editoriale di notizie solidali è dedicato a questo tema. Nella sezione nel mondo troverete, oltre ad un articolo sul progetto  Ecuador, gli ultimi aggiornamenti sull’intervento di Medici del Mondo nella regione di Banda Aceh (Indonesia), colpita dallo tsunami. Al programma “Maschio per obbligo” è dedicato invece lo spazio “italiano” di notizie solidali: un’iniziativa per la prevenzione e la sensibilizzazione contro la violenza di genere.

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“Sebbene abbiamo resistito per più di 500 anni  come popoli, oggi è in gioco la nostra stessa sopravvivenza, ed i diritti collettivi e individuali che possediamo come persone” così la leader kichwa Blanca Chancoso commenta la situazione che vivono gli oltre quaranta milioni di abitanti indigeni dell’America latina.

Le popolazioni indigene rappresentano, a tutt’oggi,  uno dei settori più vulnerabili del continente. La povertà e l’emarginazione affliggono ancora la maggior parte delle comunità native di Abya Yala (nella  lingua del popolo  Kuna di Panamà  significa “la terra in cui viviamo”; è stato adottato dai movimenti indigeni per denominare il continente americano). Il fenomeno di acculturazione  accentuato dalla globalizzazione si manifesta spesso nelle forme più aggressive, minacciando la stessa sopravvivenza di molte etnie.

Come testimonia l’Organizzazione Mondiale della Sanità, i fattori di rischio per la salute ed il benessere dei popoli nativi del Sud e Centro America, comprendono il deterioramento dell’ambiente e lo sfruttamento delle risorse naturali, lo sfruttamento petrolifero, la deforestazione, la costruzione di dighe ed i megaprogetti idrici, il traffico di stupefacenti e la violenza. L’occupazione delle terre ancestrali dei popoli nativi e lo spostamento più o meno coatto di intere comunità sono all’ordine del giorno. L’accesso ai servizi di salute è inadeguato, specialmente nelle comunità più remote.

La denutrizione e le malattie infettive sono tra le patologie più diffuse; la speranza di vita alla nascita è, nelle popolazioni indigene, di 10-20 anni inferiore a quella della popolazione generale. La mortalità infantile è, tra i bambini nativi, da una volta e mezzo a tre volte maggiore che nel resto della popolazione.

Ad oggi, nessuno stato del continente ha potuto o voluto sviluppare un sistema di salute interculturale capace di integrare realmente la medicina indigena. La medicina “occidentale” ha mantenuto e, mantiene, un’attitudine monopolica – o nel migliore dei casi tollerante- nei confronti della medicina tradizionale ma, raramente, di reale dialogo ed apertura. Fino a pochi anni fa era senso comune considerare gli sciamani, e in generale la medicina indigena, come frutto essenzialmente di ignoranza e  di una visione primitiva del mondo. I dati e l’esperienza indicano che l’accesso ai servizi di salute ed i programmi di prevenzione e promozione promossi dagli stati sono per lo più inadeguati e non adattati culturalmente alle popolazioni autoctone.

Di fronte alla violenta aggressione del processo di globalizzazione la società indigena ha sviluppato negli ultimi anni alcuni tipi di risposta: l’emigrazione (un progetto essenzialmente individuale o familiare) e l’organizzazione socio-politica (un progetto collettivo che favorisce il processo di ricostruzione dei popoli e nazionalità indigene).

In effetti, gli indios, considerati irrilevanti nei grandi scenari politici, sono stati protagonisti, a partire del 1990, di alcuni dei momenti storici del continente: i levantamientos indigeni in Ecuador (1990, 2000, 2001), l’insurrezione zapatista in Messico (1994), l’insurrezione indigena e campesina in Bolivia (2003). Inoltre il movimento indigeno ha anche conquistato importanti spazi istituzionali attraverso l’elezione di governi locali, di deputati e senatori, fino al punto di competere direttamente nelle elezioni presidenziali (nel 2003 in Bolivia) e di ottenere il governo nazionale (in Ecuador nel 2002).

In questi anni il movimento indigeno ha così ottenuto il riconoscimento dei suoi fondamentali diritti collettivi nelle costituzioni di molti paesi o, perlomeno, ha posto il problema del loro riconoscimento alle differenti società civili nazionali. Soprattutto, il movimento indigeno ha saputo spesso  proporre un progetto politico e sociale coerente ed  alternativo, che ha riscosso la simpatia ed il sostegno di ampi settori della società non indigena. “Nada para nosotros, todo para todos (niente solo per noi, tutto per tutti)” e “Nada solo para los indios” (niente solo per gli indigeni) sono alcune delle espressioni simboliche di  questo progetto includente.

Temi come la libera determinazione dei popoli, l’utilizzo delle risorse naturali, gli stati plurinazionali e multietnici, rappresentano una sfida permanente all’attuale modello di globalizzazione.

La salute, naturalmente, è un tema importante delle proposte sociali del movimento indigeno; un concetto di salute che fa spesso riferimento  a due importanti principi: l’interculturalità e l’autonomia. A questo proposito, l’articolo XVII del progetto della Dichiarazione Americana sui diritti dei popoli indigeni recita “I popoli indigeni hanno diritto all’esercizio e al riconoscimento legale della loro medicina tradizionale, trattamento, farmacopea, pratiche e promozione di salute.....così come il diritto a mantenere, sviluppare ed amministrare i loro propri servizi di salute; ...”, “Gli Stati, in consultazione e coordinazione con i popoli indigeni promuoveranno un (indirizzo) sistema interculturale nei servizi medici e sanitari che si prestano nelle comunità indigene....”. In effetti, le culture indigene del continente  condividono alcuni elementi peculiari sul concetto di salute-malattia. A differenza del paradigma biomedico occidentale ( che tende a considerare il corpo, la mente e la società come elementi compartimentalizzati) la visione indigena si basa “su un concetto olistico della salute, in cui il benessere si percepisce come l’armonia esistente tra le persone, la comunità e l’universo che ci circonda”; la rottura di questo equilibrio genera la malattia.

Costruire sistemi di salute interculturali significa anche raccogliere la sfida necessaria e possibile di un dialogo costruttivo tra visioni del mondo differenti. Gli esempi concreti di tali sistemi sono ancora relativamente pochi; allo stesso modo è evidente la volontà dei movimenti indigeni di sviluppare queste  proposte di salute partendo dalle loro organizzazioni  sociali e dagli spazi istituzionali che hanno conquistato. Come possono i popoli indigeni usufruire delle conoscenze occidentali  e in quali circostanze il sapere medico indigeno o quello occidentale sono i più adeguati? Le due conoscenze non si oppongono, la possibilità di accedere ad entrambi le renderebbe complementari. Così si esprime un Yatiri (medico tradizionale delle Ande) “Non abbiamo acquisito il nostro sapere nelle scuole. Per noi non c’è nessuna università. La nostra conoscenza non è una ricetta, ma una esplorazione costante del processo storico dei nostri ancestri. Con l’esperienza della vita si apprendono molte cose. Nel cammino ci sono molte pietre disseminate poiché  i nostri avi  ci hanno insegnato ad osservare il cammino, a guardare avanti, a guardare dietro....a continuare ad apprendere....la vita lo insegna e per questo dico che ciascuna cosa possiede una radice, ciascuna cosa è sacra, ciascuna cosa ha una sua saggezza”.



In Ecuador il 40% della popolazione è indigena. Nonostante il peso politico e sociale che le popolazioni indigene, organizzatesi in un movimento chiamato CONAIE (Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador), hanno saputo conquistare con dure lotte, questo settore della società rimane afflitto da numerosi problemi, in gran parte dovuti a politiche sociali ed economiche che ne acuiscono l’emarginazione e ne ostacolano lo sviluppo.

Fanno parte delle problematiche più evidenti la povertà e la  crisi economica, accentuatasi a partire dal 1999; la storica emarginazione sociale e politica; il razzismo da parte della società bianca e meticcia; le malattie della povertà (malnutrizione, malattie infettive, alta mortalità infantile e materna) e dell’emarginazione (alcolismo); la massiva emigrazione all’estero (USA, Spagna, Italia), la disgregazione delle famiglie e delle comunità; la perdita d’identità e della cultura autoctona di fronte all’aggressività dei modelli di vita occidentale.

L’attuale presidente dell’Ecuador, Lucio Gutierrez, contrariamente a quanto aveva promesso agli indigeni durante la sua campagna elettorale, si è poi distinto per l’ortodossia con cui ha applicato le ricette economiche neoliberiste.

Il governo è stato  inoltre accusato di attuare una politica volta alla neutralizzazione del movimento indigeno e nell’ultimo anno si sono moltiplicati in maniera preoccupante gli atti di persecuzione e minaccia contro dirigenti sociali critici con le politiche del presidente Gutierrez.

A causa di ciò è sorta in tutto il paese  una forte azione di protesta, protagonizzata da vari settori sociali, tra cui  il movimento indigeno. Durante tutto il 2004 si sono verificate grandi mobilitazioni con sbarramenti delle strade principali per mano di cortei pacifici che, purtroppo, si sono anche conclusi tragicamente, come nel mese di febbraio,  quando la polizia caricando un corteo, ha ucciso una manifestante nella città di Cuenca.

La situazione sociale e politica del paese rimane attualmente molto tesa  ed i suoi futuri sviluppi incerti.

Medici del Mondo lavora in Ecuador dal 1999; sei comunità indigene Kichwa delle Ande meridionali del paese hanno promosso questo progetto.  Le comunità si trovano nella provincia dell’Azuay, vicino alla città di Cuenca, terza città ecuadoriana per grandezza e gioiello di stile coloniale.

Gli obiettivi del progetto sono quelli di garantire alle comunità l’accesso ai servizi sanitari fondamentali attraverso un programma di salute integrale che possa essere gestito a medio e lungo termine dalle stesse comunità indigene e che sia integrato nel servizio sanitario pubblico, garantire la sostenibilità economica delle azioni di salute attraverso microprogetti produttivi autogestiti dalle comunità, proporre alternative comunitarie di sviluppo economico e sociale per conseguire un effettivo miglioramento della salute della popolazione, difendere e promuovere l’identità e la cultura indigena. Nell’ambito del progetto di salute, che opera in coordinazione con il Ministero della Salute ecuadoriano ed all’interno del quale la medicina tradizionale indigena riveste un ruolo fondamentale, sono stati fino ad oggi formato 12 promotori di salute comunitari e 10 parteras (ostetriche indigene), è stato realizzato in ogni comunità un posto di salute (Jambi Huasi) e, grazie al lavoro volontario delle popolazione locali, si è costruito un sistema di acqua potabile per tre villaggi che ne erano sprovvisti. È stato realizzato un esteso programma nutrizionale che ha permesso di diminuire sensibilmente la denutrizione cronica nei bambini con meno di cinque anni e, a coronamento del progetto, le comunità si sono aggruppate in un’organizzazione di salute chiamata Jambi Runa (uomo che cura) che rappresenta oggi il referente degli indigeni di fronte alle istituzioni pubbliche di salute. Per promuovere lo sviluppo economico e sociale, le comunità si sono costituite in una cooperativa di produttori di latte (la produzione di latte vaccino è una delle attività economiche basilari per le popolazioni indigene della zona) chiamata Ñucanchik Kawsay (nostra speranza) e nel luglio del 2002 è entrato in attività il primo caseificio della cooperativa. È stato inoltre avviato il progetto Kushiwaira (vento di buona sorte), un progetto di turismo comunitario, solidale, ecologico e culturale che dà la possibilità ai visitatori ecuadoriani e stranieri di conoscere ed incontrare la cultura Kichwa ed ha permesso di creare posti di lavoro nelle comunità stesse. Da quasi tre anni , infine, l’organizzazione Jambi Runa ed i promotori di salute hanno aperto nella città di Cuenca il centro culturale Mama Kinua (libreria, ristorante, spazio per l’artigianato e per manifestazione artistiche e culturali) al fine di promuovere e valorizzare la cultura kichwa ed allo stesso tempo far conoscere il progetto delle comunità con Medici del Mondo. Tutti i programmi produttivi destinano parte degli utili al progetto di salute. Il bilancio di queste iniziative è largamente positivo; le comunità le hanno promosse con grande entusiasmo, se ne sono appropriate e intendono dirigerle e svilupparle. Si sono create opportunità di lavoro nelle comunità e si è favorito lo sviluppo di una nuova coscienza sociale.

Tuttavia, i programmi di sviluppo sono ancora  recenti e per garantirne una completa autonomia, e di conseguenza anche l’autonomia della parte sanitaria, Medici del Mondo, già da due anni, si è impegnato in un processo di accompagnamento organizzativo; questa fase del progetto durerà  fino al termine della presenza di MdM, nel dicembre 2005. Siamo fiduciosi che questa fase finale della missione  potrà garantire  la sostenibilità a lungo termine del progetto anche quando MdM non sarà più presente nel terreno.



Medici del Mondo è presente nelle zone colpite dal maremoto fin dal primo giorno, il 26 dicembre 2004, approfittando del fatto che MdM Francia era già impegnata nei pressi di Jakarta con un progetto di lotta all’HIV.  Attualmente, sei delle delegazioni nazionali di MdM lavorano in Sri lanka e quattro in Indonesia.

La scelta di MdM è stata quella di portare il suo aiuto nelle zone del sud est asiatico nelle quali, oltre ad essere stati rilevati i danni maggiori, si aggiungevano le tensioni politiche e le conseguenze drammatiche delle guerre civili in corso.  In contesti difficili come quelli prescelti, Medici del Mondo, pur cercando la massima collaborazione sia con le autorità locali sia con le altre organizzazioni umanitarie, ha evitato di ricorrere all’appoggio delle forze armate, così da poter agire, come di consueto, in base ai principi umanitari di neutralità e imparzialità.  

La prima azione che si è resa necessaria è stata quella di affrontare l’emergenza, ossia la cura dei traumi e delle lesioni direttamente causati dallo tsunami nonché delle infezioni dovute a diversi fattori: il degenerare delle lesioni stesse, la promiscuità esistente nei campi allestiti per gli sfollati, l’ingestione e l’inalazione di acque fangose o contaminate.  Nella prima fase, MdM si è inoltre adoperata per un supporto al trasferimento degli sfollati da una zona all’altra, soprattutto dagli edifici scolastici ai campi profughi .   Abbiamo inoltre inviato kit per l’igiene e la potabilizzazione dell’acqua, ospedali da campo, coperte, medicinali, tende, cibo e latte per bambini. 

Medici del Mondo Italia, sotto la responsabilità della Sezione Centrosud, ha scelto di intervenire solo nella fase tuttora in corso - della post emergenza - in affiancamento a MdM Canada in Indonesia. Il nostro contributo al progetto è sia economico (31.000 euro circa le donazioni raccolte fino ad oggi), che gestionale.   Un nostro volontario, il dottor Paolo Tordiglione, è giunto a Jakarta a metà del mese di marzo per affiancarsi all’équipe canadese.  Nel distretto di Pidie (a sud-est di Banda Aceh) stiamo offrendo assistenza sanitaria di primo livello alla popolazione dei municipi di Meureudeu, Jangka Buya e Ulim ed in particolare ai 4600 sfollati, alle donne e ai bambini.  Obiettivo più a lungo termine sarà quello di riabilitare le strutture sanitarie distrutte dal maremoto, sia dal punto di vista della loro riedificazione che da quello del reperimento e della formazione del personale sanitario.



Il progetto “Maschio per obbligo” di Medici del Mondo, ha l’obiettivo di attivare una riflessione sullo stereotipo dell’uomo  che lo inquadra nel cliché della virilità, intesa come prevaricazione.

Il panorama dei cliché della virilità su cui agire è ampio e variegato: pervadono la pubblicità, i libri scolastici, i testi militari, i manuali educativi, i mass-media in genere e non ultimo le  esternazioni  dei nostri attuali governanti e le leggi che emanano.

Forte, muscoloso, peloso/glabro, conquistatore, virile, coraggioso, intraprendente, cacciatore, resistente al dolore, alla fatica,  alla guerra, allo sport, all'alcool, alle  superprestazioni erotiche: troppo spesso nelle società  occidentali il maschio è condannato, sin dalla più  tenera infanzia, ad essere un arrogante prevaricatore. La famiglia, la scuola, la chiesa, l'esercito, la pubblicità, l'arte e la letteratura gli ripetono che egli ha il dovere di essere un maschio di questo tipo, ossessivamente diverso dalle femmine: si afferma che nel maschio è innata l’aggressività, fino ad assegnarli quasi un’inevitabile “biologia” dell’amore per la violenza.

E’ fatale che per contraccolpo la stessa società condanni le donne a subire l’approccio violento del maschio fino ad esserne vittime predestinate. E dunque la battaglia per la liberazione del maschio dal ruolo fittizio cui è stato condannato è solo un'altra faccia della battaglia per la liberazione della donna e la sua protezione dalla violenza.

Ma il processo deve investire entrambi i ruoli, altrimenti è destinato all'insuccesso.

Se noi assimiliamo a “malattia” questo stereotipo di violenza assegnato al maschio, come tale dobbiamo affrontarla su più versanti, privilegiando quello della prevenzione.

Affrontare questo tema vuol dire lavorare per la parità di genere, a tutti i livelli, per assicurare rispetto, e uguale e pieno esercizio dei diritti umani, nonostante il modello proposto della figura maschile come “oppressore”. Troppo spesso infatti  le differenze degli obiettivi raggiunti dalle donne e dagli uomini sono ancora percepite come conseguenza di differenze biologiche immutabili, e non come derivazioni del ruolo assegnato agli uomini e alle donne dalle convenzioni sociali. Ed è contribuire, in genere, al miglioramento delle relazioni intersessuali, compresa l’omosessualità.

Il progetto “Maschio per obbligo” lavora sulla parità di genere, e porta contributo alla prevenzione della violenza sulle donne, avviando processi di liberazione del maschio da stereotipi oppressivi, disagianti e fonti di conflitto sociale e relazionale, attraverso l’individuazione e la denuncia di quei fattori informativi/formativi che tramite i più variegati canali giungono  ai giovani e orientano negativamente la loro formazione di individui sociali.

Il progetto  è rivolto alla popolazione in genere e nello specifico all’ età evolutiva, agli adolescenti, agli insegnanti e altri operatori del settore e si pone il fine di:

  Riattivare in ambito culturale/intellettuale il dibattito relativo agli stereotipi sessuali per ripristinare livelli di controllo/denuncia costanti e visibili (convegni, saggistica, dibattiti)

  Attivare a livello della popolazione generale e in particolare nei giovani la capacità di analisi e lettura critica dei contenuti sessisti dei mass media e della produzione culturale in genere (video, testi canzoni, libri, testi scolastici, ecc.). Si prevede il monitoraggio dei mass media (tv, cinema, giornali, pubblicità, ecc.) per l’individuazione e la denuncia dei contenuti di violenza/aggressività relativamente alle relazioni eterosessuali ed omosessuali

  Coinvolgere il livello politico, per garantire l’attenzione a livello normativo e legislativo di queste tematiche.

Sono specifici strumenti del progetto il sito internet (http://www.maschioperobbligo.it), le mostre itineranti  e i convegni sul tema, lo scaffale tematico itinerante (raccolta di testi/saggi sul tema e di testi per l’infanzia analizzati ad evidenziarne i messaggi di stereotipo sessuale),  corso di aggiornamento/formazione  (“Maschile/femminile – dal genere biologico alla determinazione del ruolo sessuale” per operatori di nido/materna/elementare).

Ai corsi di formazione del personale si affiancano Lezioni/Conferenze nelle scuole di vario ordine e grado sui temi della sessualità, con specifico orientamento alla evidenziazione e discussione degli stereotipi. Nelle scuole elementari e medie è previsto il coinvolgimento dei genitori insieme ai bambini

Un’iniziativa del progetto è inoltre la  promozione e la diffusione della coccarda “Nati per la pace” e cioè la  distribuzione nei punti nascita, nei corsi di preparazione alla nascita, negli ambulatori ostetrici, agli sportelli dell’anagrafe, nei negozi di prodotti per l’infanzia  di una coccarda con i colori della pace, senza distinzione di sesso, che vuol essere simbolo della nascita di un individuo libero da stereotipi, futuro cittadino del mondo portatore di pace.



Il 6  maggio alle ore 21, sarà inaugurata a Roma, presso la libreria – centro culturale Bibli (Via dei Fienaroli 28), la mostra fotografica di Medici del Mondo dal titolo “Progetto Chiapas: con le comunità indigene, costruendo la salute interculturale” .  La mostra sarà aperta da un dibattito sul tema “I movimenti indigeni in America latina: l’esperienza del Chiapas”. L’ingresso è libero e la mostra resterà aperta al pubblico fino al 31 maggio.

 




Da più di vent’anni il movimento internazionale di Medici del Mondo –nato in Francia nel 1980- cerca di essere presente, con l’azione e la testimonianza, laddove il diritto alla salute ed i più elementari diritti umani vengono negati. Medici del Mondo si propone di curare le popolazioni più vulnerabili, nelle situazioni di crisi, nel proprio paese e nel mondo (vittime di disastri naturali, di epidemie, della fame e dell’ ingiustizia sociale, vittime di conflitti armati, della violenza politica, rifugiati, minoranze, bambini di strada e tutti coloro che sono esclusi dall’acceso alle cure).

Medici del Mondo rivela i rischi di crisi e le minacce alla salute e alla dignità; denuncia con un’azione di testimonianza le violazioni dei diritti umani e in particolare l’esclusione dal diritto alla salute; sviluppa nuovi approcci e nuove pratiche di salute pubblica nel mondo, fondati sul rispetto della dignità umana; milita per istituire i valori di una medicina umanitaria.

Oggi la rete internazionale di Medici del Mondo è composta da 12 delegazioni nazionali (tra cui Medici del Mondo  Italia, nato nel 1994), 7000 membri, 1200 volontari in missione, 297 progetti in 88 paesi.

L’azione di Medici del Mondo si basa sulla militanza della società civile,  sull’impegno volontario di medici ed altri operatori professionali della salute, così come di cittadini e professionisti di altre discipline.

 

www.mdm-international.org           www.medicidelmondo.org               mdmcentrosud@email.it





 

Le donazioni possono essere trasmesse a:

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Medici del Mondo è una ONLUS, puoi quindi avvalerti della agevolazioni fiscali previste per le donazioni in favore delle ONLUS. Le persone fisiche possono detrarre dall’imposta lorda il 19% dell’importo donato a favore delle ONLUS fino ad un massimo di 2065,83 euro (art. 13 bis, comma 1 lettera i-bis del D.p.r. 917/86). Le imprese possono dedurre le donazioni a favore delle ONLUS per un importo non superiore a 2065,83  euro o al 2% del reddito di impresa dichiarato (art. 65, comma 2 lettera c-sexies del D.p.r. 917/86).