Vantaggi e svantaggi nel trasferire la sede aziendale all’estero

Vantaggi e svantaggi nel trasferire la sede aziendale all’estero

Non c’è dubbio che la tassazione per le imprese sia un tema delicato. In Italia le imprese lamentano una tassazione effettiva del 60% che può essere parzialmente ammorbidita attraverso la deduzione delle spese, spesso ingenti. Nel caso, però, delle imprese digitali che operano principalmente sul web, il problema delle tasse ingenti si fa concreto quando devono crescere. Ad esempio, un imprenditore lancia una startup sfruttando le comodità del regime forfettario, ma presto scopre che – non potendo detrarre molte spese a causa della sua attività – verrà letteralmente travolto dalle tasse.

In tanti, a questo punto, aziende di grandi dimensioni e piccoli imprenditori, vorrebbero non essere strozzati dalle tasse e iniziano a informarsi su come aprire una società all’estero, non necessariamente in un paradiso fiscale. In paesi come la Gran Bretagna o la Svizzera, non essendo paradisi fiscali, si hanno vantaggi che in Italia si possono solo sognare. Ma attenzione: spesso non si tratta di vantaggi fiscali (cioè aliquote più basse) ma di meno burocrazia che semplifica tutti i processi.

In Italia è complicato e difficile mettersi in moto, mentre in altri paesi, anche dell’Unione Europea è sufficiente passare un’ora davanti al computer, pagare le relative imposte ed essere perfettamente in regola per vendere prodotti o servizi. Per esempio, in Gran Bretagna è notoriamente facile aprire una LTD che corrisponde a una nostra srl, purché abbia uno statuto valido e una sede. Secondo una recente classifica internazionale l’Italia è un paese dove è difficile aprire una società per chi viene da fuori.

Negli anni sono state introdotte delle facilitazioni burocratiche ed economiche: ad esempio ci sono forme di società di capitali, come le SRL semplificate, che consentono di operare a 360 gradi in molti contesti.

Quando si tratta di trasferire l’azienda all’estero bisogna anche vedere dove e perché.

Inoltre rimane il grande problema della sede: la nostra legislazione dice chiaramente che se per la maggior parte del periodo di imposta l’oggetto principale della società è in Italia, la società deve ritenersi residente. Per cui vale la regola che chi apre una società all’estero deve davvero operare fuori dai confini. Ma cosa succede se ho la mia società all’estero, ma la mia clientela è italiana?

Poniamo il caso che io sia il proprietario di un’attività che vende consulenze di natura digitale alla clientela italiana e decida, per motivi economici e fiscali, di aprire una sede all’estero per operare al di fuori e pagare le imposte in quel paese. Se ho clienti italiani, come si comporta il fisco? I rischi per chi apre una partita IVA all’estero e lavora prevalentemente in Italia ci sono e si chiamano: doppia imposizione. Si pagano le tasse qui e nel paese della sede legale. Quindi c’è il rischio che il nostro fisco ci contesti l’esterovestizione. La cosa migliore da fare è realmente lavorare all’estero (nomade digitale), sfruttando la clientela italiana. In questo caso ovviamente stiamo parlando di un vero e proprio trasferimento, con tutte le conseguenze del caso (come l’iscrizione all’AIRE).