I principi del libero scambio

I principi del libero scambio

Tra le idee fondamentali della globalizzazione e del libero mercato, ammesso che i due termini debbano per forza coesistere, c’è sicuramente il concetto di libero scambio. Il libero scambio è un sistema economico nel quale le nazioni, eliminando le barriere doganali alle frontiere, decidono di far circolare senza restrizioni particolari flussi di capitale, merci e persone. Da questo punto di vista gli accordi di libero scambio tra singole nazioni hanno preceduto la formazione di grandi aree di mercato prive di dazi e costi aggiuntivi. Gli studiosi del capitalismo, i critici del sistema, non mancano mai di sottolineare i pregi e i difetti di questo sistema, che oggi noi identifichiamo in maniera giornalistica con il termine di Schengen, che in realtà riguarda la libera circolazione dei cittadini all’interno dell’Unione Europea.

Il concetto comunque è lo stesso. Un paese originariamente possiede i propri diritti di confine, cioè i diritti doganali. Essi rimandano a epoche storiche molto antiche: i sovrani delle prime civiltà imponevano il pedaggio agli stranieri per aumentare il controllo sul proprio territorio e incamerare entrate. Col tempo ci si è accorti però che tassare troppo le merci in entrate e in uscita, imporre restrizioni di tipo burocratico, creava un surplus di costo che alla lunga incideva sul margine di ambedue le parti. Se tra due paesi o monarchi c’erano rapporti di buon vicinato, prima o poi si stabiliva l’eliminazione della barriera doganale.

In termini molto semplici un accordo di libero scambio prevede che l’attore economico del paese amico operi nel nostro territorio con gli stessi diritti e le stesse libertà dell’attore economico indigeno. L’idea che sta alla base è il marchio di fabbrica del capitalismo: la libera concorrenza che porta all’abbattimento dei costi e dei prezzi finali. Facendo entrare le imprese straniere nel proprio territorio, il legislatore in qualche modo si affida interamente al mercato, vuole dire alle sue imprese: io non applico principi di protezionismo, lavorate in regime di concorrenza, non riceverete aiuti di stato, dovrete fornire lo stesso livello di servizi al consumatore delle aziende straniere, non riceverete sussidi per la produzione nazionale, godrete degli stessi vantaggi (e svantaggi) del competitor straniero. Se si nota bene, questo assunto è quello dominante che regola oggi il libero scambio all’interno dell’Unione Europea, nonostante spesso, in un rigurgito di strambo nazionalismo, ci si appelli a bizzarre norme protezionistiche, cercando aiuti di stato, incentivi fiscali che quasi sempre l’Unione Europea, nella persona del commissario europeo alla concorrenza boccia perché viola l’essenza stessa del trattato. I vantaggi del libero scambio sono evidenti per il consumatore, ma un’economia statale potrebbe venire travolta da imprese di paesi forti, che nonostante agiscano in libero scambio, hanno alle spalle paesi abituati a difendere i loro interessi. Il motivo principale per cui le multinazionali americane (e ora quelle cinesi) operino con molta disinvoltura nei mercati esteri dipende dal fatto che hanno alle spalle dei paesi potenti e influenti, che sanno tutelare i loro interessi, spesso imponendole in mercati nei quali la situazione politica è molto debole e si presta facilmente alle storture tipiche del libero mercato.