Differenze tra le teorie di Adam Smith e quelle di Karl Marx

Differenze tra le teorie di Adam Smith e quelle di Karl Marx

Quando si parla di filosofi che hanno cambiato il modo di vedere l’economia, provando a trasformarla in qualcosa di più che una disciplina umanistica, vengono in mente i nomi di Karl Marx e Adam Smith. I due sono celebri per le loro teorie agli antipodi e i grandi contributi alla comprensione dei fenomeni economici. Adam Smith è famoso per aver teorizzato il “libero mercato”, un luogo ideale dove produttori e consumatori si incontrano, secondo la legge della domanda e dell’offerta, che si aggiusta e si livella con l’intervento virtuoso della “Mano Invisibile”. L’idea dietro il concetto del libero mercato, che si può definire del liberalismo classico, è quella che tutti gli individui, massimizzando il profitto, conducono a vantaggi virtuosi per l’intero mercato che è in grado di regolarsi da sé.

In questo modo, i consumatori pagheranno solo il giusto prezzo, ottenendo sempre un beneficio derivato dal possesso di un bene. Mentre il produttore venderà solo quei prodotti sui quali riuscirà a fare un margine, a un prezzo sufficientemente alto per incrociare l’offerta del consumatore, allineando la propria felicità a quella dell’altra parte. In questa visione idealistica dell’economia, la ricchezza è una virtù in quanto non si creano dei surplus o dei deficit nella domanda o nell’offerta. Il mercato è sempre perfettamente in equilibrio e il prezzo riflette questo stato delle cose. In una situazione come questa, l’intervento delle autorità governative è assolutamente limitato, se non inutile. Esse devono solo regolare il mercato dall’esterno, non frapponendosi tra domanda e offerta, distorcendo il punto di equilibrio che produttori e consumatori troverebbero grazie all’aiuto della mano invisibile.

Karl Marx è stato un importante filosofo ed economista tedesco, tale da influenzare con le sue teorie economiche e politiche (teoria del capitale e materialismo) oltre un secolo e mezzo di storia dell’umanità, con concrete conseguenze nelle vicende storiche e politiche dell’Europa dalla metà del XIX secolo a quella del secolo successivo.

Per Marx il mercato non si può regolare da sé perché la condizione dei lavoratori viene sempre messa in discussione dai detentori del capitale, i capitalisti, visti come padroni che godono di un indubbio vantaggio economiche rispetto alle classi più povere (il proletariato). Per Marx se lasciassimo agire il mercato nella sua concezione classica, il ricco semplicemente diventerebbe più ricco, mentre il povero più povero. Questo perché per Marx il capitalista, padrone, negozia sempre da una posizione di partenza privilegiata rispetto al lavoratore. Egli possiede tutti i mezzi di produzione, il lavoratore è solo un ingranaggio di un sistema che per come è organizzato può essere facilmente sostituito. Per Marx, le due classi sociali – borghesia e proletariato – hanno interessi diversi a causa del capitalismo. I capitalisti borghesi non solo possiedono i mezzi di produzione, ma grazie al loro denaro acquistano influenza politica, controllano i media, diventano burocrati o personaggi influenti nell’educazione e nella finanza. I proletari invece, le classi lavoratrici, non vedono alcuna ricompensa nel loro lavoro, se non in un salario misero, in condizioni spesso infami (Marx scriveva un secolo dopo la Rivoluzione Industriale e poteva già misurare i fenomeni di alienazione delle fabbriche). Per Marx l’unico rimedio è che il proletariato si ribelli e crei un ordine sociale nel quale non ci siano più distinzioni di classe, in quanto i mezzi di produzione vengono collettivizzati in modo da assicurare che il capitale prodotto venga distribuito in maniera equa. Per arrivare a questo punto e all’instaurazione del Comunismo, bisogna eliminare la proprietà privata, creando un’uguaglianza sostanziale nel mercato.