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Cie: un nuovo nome per la stessa istituzione totale. Una testimonianza da Ponte Galeria
Il centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria, uno dei più grandi d’Italia, è stato recentemente al centro di due episodi tragici: la morte per arresto cardiocircolatorio, in circostanze non ancora ben chiarite, di un migrante algerino di 42 anni ed il suicidio di una cittadina tunisina di 49 anni, residente in Italia da molti anni ed in procinto di essere rimpatriata.
Qualche mese fa, un’equipe di MEDU è tornata a visitare il centro di Ponte Galeria a Roma. In quello che il presidente della Camera Fini ha definito il miglior CIE d’Italia, MEDU ha potuto riscontrare le medesime criticità che in un precedente rapporto del 2005 avevano portato ad esprimere forte preoccupazione per il rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini stranieri trattenuti.
Da un certo punto di vista il cambio di denominazione da CPTA (Centri di Permanenza Temporanea ed Assistenza) a CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione), ed ancor più il prolungamento dei tempi di detenzione da 60 a 180 giorni previsto nel DDL sicurezza approvato recentemente dalla Camera dei deputati, contribuiscono a fare chiarezza sulla natura di istituzione totale di questi luoghi. In un celebre saggio del 1961 il sociologo americano Ervin Gofmann definiva istituzioni totali quei sistemi chiusi dove gruppi di persone, tagliate fuori dalla società e dal mondo esterno per un considerevole periodo di tempo, si trovano a dover vivere soggette ad un potere inglobante e formalmente amministrato. Totali, appunto poiché il loro carattere è continuo e permanente. Paradigmi delle istituzioni totali in cui si accede per costrizione poiché si è considerati pericolosi per la società o comunque soggetti da isolare sono stati senz’altro per lungo tempo le carceri ed i manicomi. Oggi i CIE si configurano come moderne istituzioni totali in cui è costante il rischio di compressione/violazione dei diritti e della dignità della persona; luoghi separati dal territorio che li ospita, preclusi di fatto alla possibilità di monitoraggio da parte della società civile. Permangono infatti le restrizioni nell’accesso ai CIE nei confronti delle organizzazioni indipendenti; a questo proposito un’equipe di MEDU è stata autorizzata dalla Prefettura a visitare il centro di Ponte Galeria nell’ottobre scorso. A distanza di sei mesi il Ministero dell’Interno non ha invece autorizzato la visita al centro della medesima equipe che avrebbe dovuto proseguire l’attività di monitoraggio.
Anche durante l’ultima visita di MEDU la struttura di Ponte Galeria è apparsa inadeguata ad ospitare i trattenuti in modo dignitoso. Le aree di trattenimento, che ospitavano in quel momento 256 persone, si presentavano in condizioni igieniche precarie con rifiuti sparsi al suolo, servizi igienici mal funzionanti, impianti di riscaldamento fuori uso e diverse aree alloggiative fortemente degradate.
I dati forniti dall’ente gestore confermano poi la sostanziale inefficacia della struttura: il tempo di permanenza medio è di circa 35-40 giorni ma alla fine del trattenimento il 60% dei migranti risulta non identificato. Sono molto frequenti i casi di migranti che transitano più volte nei CIE fino al caso limite di una persone che, secondo quanto riferito dagli stessi operatori del centro , è passata per ben 27 volte da Ponte Galeria.
Per quanto riguarda l’accesso alle cure persiste un inadeguato collegamento con le strutture pubbliche esterne (il cui personale non ha accesso al centro). A Ponte Galeria, solo da circa un anno è possibile redigere il codice STP che da diritto all’assistenza sanitaria per lo straniero in condizione di irregolarità. L’invio a strutture di secondo livello e ai servizi specialistici è comunque sempre difficoltoso. E’ necessario l’accompagnamento in ambulanza con la scorta.
Gli stessi operatori sanitari evidenziano inoltre tra le principali criticità un’inadeguata preparazione della struttura nella prevenzione e nella gestione di eventuali malattie trasmissibili il cui rischio deve sempre essere preso in considerazione in istituzioni chiuse dove un numero rilavante di persone si trova a convivere in spazi ristretti per un periodo prolungato di tempo.
A conferma del forte disagio psichico vissuto dai migranti trattenuti all’interno del centro vi è anche il persistente e diffuso utilizzo di psicofarmaci, in particolare benzodiazepine, gestito da personale medico non specialistico. “Di solito la sera fuori dall’infermeria si formano file di 40-50 persone in attesa di ricevere i farmaci” racconta uno dei medici in servizio. Secondo il coordinatore medico del centro gli episodi di autolesionismo si sarebbero ridotti nel tempo e attualmente non si verificherebbero più di due volte all’anno. Un affermazione che contrasta con il tragico evento del 23 aprile scorso, giorno in cui la donna tunisina si è tolta la vita. Del resto nel corso delle visite effettuate da MEDU negli anni scorsi i sanitari dell’ente gestore anno dato spesso versioni contrastanti sulla frequenza degli episodi di autolesionismo: un paio di casi all’anno secondo il coordinatore medico, circa uno al mese secondo alcuni medici di turno.
Al momento dell’ultima visita la possibilità di un’estensione dei tempi massimi di trattenimento veniva vista con estrema preoccupazione dagli operatori consci dei problemi di accoglienza e del profondo disagio e delle tensioni vissuti all’ interno della struttura. “Temiamo che questo centro diventi una polveriera” era il commento di alcuni operatori alla possibilità di prolungamento del periodo massimo di permanenza a 180 giorni.
Risulta più che evidente che il prolungamento di tre volte del tempo di trattenimento, a fronte di una dubbia efficacia, accentuerà ulteriormente le criticità evidenziate ed i rischi di un ulteriore lesione dei diritti e della dignità delle persone trattenute.
Una testimonianza da Ponte Galeria
Autunno 2008- Appena giunti nell’area di trattenimento degli uomini, gli operatori di MEDU in visita al centro vengono quasi trasportati da un folto gruppo di immigrati in una delle camerate. Lo stanzone dove si trovano un certo numero di brande ispira desolazione, pezzi di intonaco cadono dalla pareti scrostate in più punti, al di sopra della porta di ingresso si trova l’impianto di ventilazione che dovrebbe assicurare il riscaldamento. E’ chiaramente in cattive condizioni e fuori uso. “Lo dovremo far riparare prossimamente” assicura un operatore dell’ente gestore. Ma quello che gli immigrati vogliono mostrare è un uomo che giace su di una branda coperto da laceri vestiti e da qualche sporco lenzuolo. Si tratta di un anziano senza dimora croato di 78 anni. Gli operatori di MEDU cercano di scambiare qualche parola con l’uomo ma questi risponde con difficoltà ed in modo poco comprensibile. “Se ne sta quasi tutto il tempo sulla sua branda…non sta bene…e’ malato, anziano…non dovrebbe stare qui” raccontano gli altri trattenuti. E nei loro sguardi e nelle loro parole traspare tutta l’incredulità e l’indignazione per il fatto che quest’uomo si trovi trattenuto in un centro così. Più tardi il direttore del Cie racconta brevemente la storia dell’anziano senza dimora. “Stazionava dalle parti di Ostia. Lo stiamo trattenendo qui per vedere se possiamo aiutarlo in qualche modo.. ha problemi seri con l’alcool”. Infine, di fronte alle perplessità dei due membri di MEDU e all’obiezione sul rischio concreto che il Cie diventi un contenitore improprio in cui, cercare di confinare un disagio sociale che richiederebbe risposte ben differenti , sospira con una punta di esasperazione “Ma non so, insomma, prima stava sulla strada. Ve lo volete per caso prendere voi?”.
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