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La salute come diritto
di Philippe Texier (Presidente del Comitato delle Nazioni Unite per i diritti economici, sociali e politici)
Il concetto di salute è stato per molto tempo definito in maniera negativa e riduttiva: si era in salute se non si avevano malattie. Bisognerà aspettare la costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per ottenere una definizione positiva, universalmente accettata della salute come “uno stato di benessere completo, psico-fisico e sociale, e non solamente l’assenza di affezioni e di malattie” (Costituzione dell’OMS, 1948).
Da questa definizione discendono un certo numero di conseguenze, ed in particolare, che la salute deve avere come punto centrale la prevenzione, la promozione e la protezione; che la nozione di benessere si deve intendere nel suo senso più ampio e che deve coinvolgere lo stato psico-fisico e quello sociale; che la soddisfazione della salute suppone un impegno politico che si basa sul principio della giustizia sociale; che essa deve essere considerata come un elemento fondamentale del progresso sociale e non solamente economico, sulla base di una nozione di sviluppo la cui finalità sia un costante miglioramento della qualità della vita delle popolazioni, basata sulla dignità umana.
La salute è anche un diritto, ed un diritto umano. Questa definizione della salute come un diritto, appare alla fine del XIX secolo, o inizio del XX secolo, e presuppone già la responsabilità dello Stato per quanto attiene ai lavori di risanamento, alla equilibrata distribuzione degli alimenti di base, alla regolamentazione delle condizioni di lavoro e ad una attenzione particolare per la salute dei gruppi più vulnerabili come i lavoratori, le donne, i bambini, gli anziani, i contadini ed i portatori di handicap.
La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo adottata dall’ONU nel dicembre 1948, proclama nel suo articolo 25 che: “ogni persona ha diritto ad un livello di vita sufficiente per assicurare la sua salute, il suo benessere e quelli della sua famiglia, segnatamente per l’alimentazione, il vestire, l’alloggio, le cure mediche ed anche per i servizi sociali necessari...”.
In seguito, il Patto Internazionale relativo ai diritti economici, sociali e culturali definisce, e regolamenta gli impegni assunti dagli Stati in merito al diritto alla salute.
Più tardi, nel 1978, la dichiarazione di Alma Ata ribadisce l’importanza di questo diritto affermando che la salute “è un diritto umano fondamentale, e il suo conseguimento è un obiettivo sociale particolarmente importante in tutto il mondo, la realizzazione del quale esige il coinvolgimento di molti attori tra cui quelli sociali ed economici” e ricorda inoltre che “i governi hanno la responsabilità della salute dei loro popoli e che questa si può conseguire solo con l’adozione di misure sanitarie e sociali adeguate”.
Molti altri strumenti giuridici universali fanno riferimento al diritto alla salute, a dimostrazione che in questo campo gli strumenti legali non mancano. Il problema, in realtà, è la distanza che esiste tra le dichiarazioni , le convenzioni ed altri proclami internazionali, e la realtà quotidiana di milioni di persone, in particolare nei paesi in via di sviluppo e nei paesi più poveri.
Diverse ragioni possono essere avanzate per spiegare, ma non giustificare, questo scarto tra le istituzioni e la realtà: per prima cosa i diritti economici, sociali (e la salute è tra questi) e culturali non ricevono la stessa attenzione nazionale ed internazionale di altri diritti umani come quelli civili e politici; non sono sufficientemente protetti, non beneficiano di una giurisdizione internazionale per farli rispettare, non mobilitano la solidarietà nello stesso modo. In questo inizio del XXI secolo, si muore più di fame che di torture. Secondo i dati della FAO, più di 800 milioni di persone sono sotto-alimentate ed una gran parte di queste muore di fame. La mancanza d’acqua potabile in Africa o in Asia causa morti, guerre e conflitti. Milioni di bambini muoiono ogni anni a causa di malattie curabili, per non avere accesso alle cure e/o ai medicinali.
Un’altra ragione per spiegare questo gap, è la difficoltà, reale o presunta, di rendere questi diritti, ed in particolare il diritto alla salute, “giustiziabili”, cioè di renderli esigibili davanti ad una giurisdizione, o ad un amministrazione, o semplicemente davanti allo Stato. Alcuni esempi recenti dimostrano però che ciò è possibile e mi riferisco alle azioni condotte in Africa del Sud, Brasile, India per esigere che i farmaci “generici” per curare l’AIDS possano essere commercializzati prevalendo sulla resistenza delle multinazionali farmaceutiche. Quando due diritti si contrappongono, il diritto alla salute ed il diritto della proprietà industriale o dei brevetti, bisogna fare delle scelte: da una parte, si tratta di salvare delle vite umane, dall’altra, si tratta solamente di preservare degli interessi finanziari.
Un’ultima parola, per citare un argomento che meriterebbe uno specifico approfondimento: la globalizzazione e le sue conseguenze sul diritto alla salute. Non si tratta qui di negare gli effetti positivi del processo di globalizzazione sull’arricchimento scientifico, economico, culturale, informativo, ma di sottolineare che ha anche contribuito ad aumentare le disuguaglianze tra paesi ricchi e paesi poveri, ed ha spesso aggravato la povertà dei più poveri.
Le politiche del FMI o della Banca Mondiale , e sopratutto i piani di aggiustamento strutturale, che si traducono nella privatizzazione di numerosi settori e nella riduzione dei bilanci sociali, hanno quasi sempre contribuito ad allontanare i più poveri dall’accesso ai diritti economici e sociali fondamentali.
Se la società civile, in generale, ed ogni individuo in prima persona si mobilitano e gli Stati si impegnano a contrapporre a un liberismo senza freni, il rispetto di tutti i diritti dell’uomo, gli effetti più nefasti della globalizzazione potranno certamente essere ridotti.
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